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Nunoe is alive!

Spillette

Senza dubbio, non appena il suo corpo avesse toccato il suolo, la notizia sarebbe subito rimbalzata su tutti i mezzi d’informazione, facendo di lei un personaggio pubblico, anche se già morto – lei che in Giappone non aveva vissuto praticamente mai. La sua vita e la sua faccia sarebbero diventate quasi istantaneamente cibo per aziende affamate di gadget. Sarebbe nata una campagna pubblicitaria dedicata al suo gesto, o meglio, che dal quel gesto avrebbe preso spunto per lanciare una linea di merchandising griffato, prodotto con una tempestività impressionante, come se, dal punto di vista temporale, la comunicazione pubblicitaria si affiancasse alla notizia. Avrebbero commercializzato un videogame multipiattaforma dedicato a Nunoe e un CD di anime music come colonna sonora della sua vicenda. Si sarebbero prodotti docudrama per le TV tematiche. Un manga sarebbe entrato in produzione di lì a poco. Nunoe riesce a figurarsi l’evoluzione di una specie di isteria di massa nei confronti di una se stessa non più viva, un’isteria provocata da un marketing aggressivo e, soprattutto, simultaneo. Ecco, sì, un marketing simultaneo.
Così Nunoe immagina che il suo cadere a dirotto venga accompagnato da centinaia di piccole bambole filiformi e biancovestite, fino a quando non comincia addirittura a vedersele intorno, ciascuna con riprodotti sul visino in lattice i suoi lineamenti immaturi, ma già determinati; che il suo precipitare sia festeggiato da qualche migliaio di spillette metalliche con la provocatoria scritta NUNOE IS ALIVE! in negativo bianco su fondo nero e le sembra di sentirsele addosso, colpirle testa e spalle, in un turbine autoreferenziale; che una vera e propria nuvola di cartoline illustrate galleggi intorno a lei, raffiguranti, in uno stile iperrealista che le fa storcere il naso, una Nunoe alle prese con i più svariati tipi di suicidio, dalle lamette alla corda insaponata, dai binari del treno ai barbiturici, fino alla pistola alla tempia e all’ossido di carbonio, ognuna con lo slogan, a quel punto ormai famoso, NUNOE IS ALIVE!

Filippo Loro, Pratiche d’amore nell’emisfero australe

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La storia del mare il sindaco Bresson la venne a sapere tre mesi dopo la sua visita a Jacques Paget, precisamente l’11 novembre 1927, mentre aveva sotto il naso un piatto caldo di fagioli rossi – cucinati con cura da madame D’Antoine – dopo settimane passate a nutrirsi solo di riso in bianco con un giro d’olio a causa di una colica intestinale provocata, a detta del medico, dal troppo stress.
«Che ci vuole fare, dottore… Tra sei mesi ci sono le elezioni…»

Francesco Aquino, La gente di Sainte Sophie

Il nonno diceva che la muagia definisce l’orizzonte delle nostre vite e ne costituisce il limite tangibile. Non penso fosse un complimento, sembrava insofferente a questo legame. Mi raccontava tante cose, quando tornava a casa. Mi raccontava – lui che sapeva di grasso e di sale – delle pompe e del loro eterno sbuffare, del calore del loro cuore metallico, del muro che rendeva sicure le nostre case, di quant’era spesso e profondo. Dei misteri che si annidavano nelle sue mille stanzette, misteri perduti dalla morte dei suoi costruttori. Ma mi raccontava anche del mare, là fuori dalla muagia, che era blu e piatto sotto il sole arrabbiato d’estate e grigio-verde d’inverno. Di come profumava di fresco e d’amaro e di come prendesse a ceffoni il ferro con le sue onde, quand’era di umore cattivo. Di quanto era grande.

Valentina Coscia, Ultimo orizzonte

Era come se una star di Hollywood avesse di colpo perso tutto (fama, ricchezza, cani e amanti) e fosse finita in una topaia di un quartiere periferico di Los Angeles, dove la sola cosa che le fosse rimasta era se stessa. Una se stessa fatta bene, fiera di possedere un corpo ignaro dei sessantacinque anni trascorsi nel mondo. Nulla di ciò che la circondava era all’altezza del suo fisico, scolpito dall’équipe del miglior centro di chirurgia plastica in circolazione, nulla poteva eguagliare la sua bellezza innaturale, a partire dal luogo in cui viveva fino alla biancheria intima che indossava. Ma questo, invece di esasperare la signora Lazlom, la inorgogliva.
E lo si poteva arguire da come si rapportava agli altri, e cioè con una sorta di superiorità che, paradossalmente, scaturiva dalla convinzione di essere soltanto un corpo.

Filippo Loro, Judith

La gente di Sainte Sophie diceva che Jacques Paget suonava il pianoforte solo nel suo appartamento e in nessun altro posto. Come se il mondo esterno fosse un’illusione. Una realtà non necessaria alla sua esistenza e al suo sostentamento. Diceva che aveva una trentina d’anni. Che aveva perso entrambi i genitori quand’era ancora un bambino ignaro che la vita potesse avere una fine, che non parlava mai con nessuno e, soprattutto, che non usciva mai – ma proprio mai – dal suo appartamento.
Alcuni dicevano anche che mangiava una sola volta al giorno, a cena, e che lo faceva solo per necessità – come un animale – senza piacere né ingordigia.
Qualcun altro diceva che era un genio, un artista solitario custode di chissà quale segreto o maledizione. Qualcun altro ancora che non era nessuno.
Ma l’unica cosa certa era che Jacques Paget iniziava a suonare alle tre precise del pomeriggio e si fermava solo al calar del sole. Poi, il giorno dopo, ricominciava. Con maniacale serietà. E durante tutto quel lungo assolo, durante tutto quel tempo, a Sainte Sophie, lontano dalla sua abitazione, succedeva una cosa, un fatto, una follia di cui nessuno era capace anche solo di azzardare una spiegazione che non invadesse il campo dell’irrazionalità… Ecco… Succedeva che il mare… Il mare, mentre Jacques Paget suonava, era sempre calmo e, se non lo era già, lo diventava. Con la pioggia, la nebbia o il vento, il mare… Dal nulla, in pochi minuti, diventava calmo, pacato, tranquillo; e le onde, che fino ad allora avevano sbattuto contro gli scogli con forza e ferocia, iniziavano ad accarezzarli di un amore istintivo e a ritirarsi piano piano dalla spiaggia, fino a formare un immobile tavola azzurra.

Francesco Aquino, La gente di Sainte Sophie