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La gente di Sainte Sophie diceva che Jacques Paget suonava il pianoforte solo nel suo appartamento e in nessun altro posto. Come se il mondo esterno fosse un’illusione. Una realtà non necessaria alla sua esistenza e al suo sostentamento. Diceva che aveva una trentina d’anni. Che aveva perso entrambi i genitori quand’era ancora un bambino ignaro che la vita potesse avere una fine, che non parlava mai con nessuno e, soprattutto, che non usciva mai – ma proprio mai – dal suo appartamento.
Alcuni dicevano anche che mangiava una sola volta al giorno, a cena, e che lo faceva solo per necessità – come un animale – senza piacere né ingordigia.
Qualcun altro diceva che era un genio, un artista solitario custode di chissà quale segreto o maledizione. Qualcun altro ancora che non era nessuno.
Ma l’unica cosa certa era che Jacques Paget iniziava a suonare alle tre precise del pomeriggio e si fermava solo al calar del sole. Poi, il giorno dopo, ricominciava. Con maniacale serietà. E durante tutto quel lungo assolo, durante tutto quel tempo, a Sainte Sophie, lontano dalla sua abitazione, succedeva una cosa, un fatto, una follia di cui nessuno era capace anche solo di azzardare una spiegazione che non invadesse il campo dell’irrazionalità… Ecco… Succedeva che il mare… Il mare, mentre Jacques Paget suonava, era sempre calmo e, se non lo era già, lo diventava. Con la pioggia, la nebbia o il vento, il mare… Dal nulla, in pochi minuti, diventava calmo, pacato, tranquillo; e le onde, che fino ad allora avevano sbattuto contro gli scogli con forza e ferocia, iniziavano ad accarezzarli di un amore istintivo e a ritirarsi piano piano dalla spiaggia, fino a formare un immobile tavola azzurra.

Francesco Aquino, La gente di Sainte Sophie